Sulla concretezza dell’invisibile

Sulla concretezza dell’invisibile

Alcune poesie di Cees Nooteboom

 

Sembra che Nooteboom si serva della parola per smontare il tempo; per crivellare lo spazio del quotidiano e farne fuoriuscire l’eternità dello sguardo.
Ogni cosa, ogni gesto, ogni fatto che viene con-siderato nei suoi versi, piccolo o grande che sia, si apre alla meraviglia e al candore della presenza, diventando indice d’un altrove, tanto fantasmagorico quanto concreto.
E a maggior ragione in questa sua ultima raccolta, L’occhio del monaco, in cui onirico e reale, sognato e vissuto, si compenetrano in completa simbiosi, anzi, si uniscono a dissolvere qualsiasi confine che li possa separare.

 

Roberto Nespola

 

***

Da Luce ovunque – Einaudi 2016
(traduzione di Fulvio Ferrari)

 

-) Scolastica, da Esca (1982)

È questo il più antico dialogo sulla terra.
La retorica dell’acqua
esplode sul dogma della pietra.

Ma all’invisibile conclusione
solo il poeta sa come va a finire.
Intinge la penna nelle rocce
e scrive su una tavola
di schiuma.

 

§

 

-)  da “Shelley” in “Incontri” – Luce ovunque (2012)

[…]
“The city’s voice itself, is soft like Solitude’s”
ed eri infelice nelle tue parole dorate,
dolore a lettere maiuscole. Lascia perdere,
la Solitudine va in giro adesso avvolta
nell’anonimato e nel pop e nell’ecstasy, ma diversa,
e io t’invidio quei meravigliosi, tanto
musicali, fluenti, rimati, consentiti lamenti
con cui ti sei guadagnato l’eternità,
finché dura.

Noi non ci lamentiamo in versi, ma in una discesa agli inferi
di immagini, in prozac di presentatori da circo
ed esorcisti e tutto quello cui ancora
non potevi dare un nome e tuttavia conoscevi mentre eri qui immobile
a soffrire tra rime e palme e la disperazione
che era il tuo capitale di cui ancor oggi
viviamo, o non più.

 

§

 

-) “Fuori” da “Luce ovunque” (2012)

Fuori ormai non vado più,
ci sono, fuori. A metà strada tra la palma
e il fico. Sotto la mezza
luna, sette ore ancora alla rugiada.
Gocce sulla piombaggine.

Come si chiama ogni ora
della notte, come si chiama ogni minuto
dell’ora? Se i giorni hanno nomi,
perché non i minuti?

Ogni istante della nostra vita
dovrebbe avere un nome
che non assomigli al nostro,
che ci dimentichi. Ogni secondo
una cifra su un registro

di battiti di ciglia, sussurrio
origliato, versi di poesia
inframezzati ai giornali,
sussurrio di brina e di neve,
la più lenta poesia
della durata.

Tutto a formare un cerchio,
tondo come un quadrato,

ogni cosa per sempre
sposata a sé stessa.

§

Da L’occhio del monaco – Einaudi 2019
(tradotto da Fulvio Ferrari)

14.

Tredici, numero della nebbia,
lo smarrire direzione, la strada
per l’edificio abbandonato,
il luogo della danza,

tenersi per mano, poi sedere
a lungo e aspettare, cos’è la sera,
di chi è il corvo, di chi è la tartaruga,
il fuoco in lontananza?

Non rispondere è sempre una risposta,
la carpa diventa poi una balena,
il piccolo diventa grande
e accudisce il piccolo

finché morte non sopravviene.

René Magritte, La pagina bianca (1962)
Precedente DAVID LYNCH E IL RIZOMA Successivo La trilogia greca di Carl Orff