Nostalgia di quello che, tornando, mai fu: la Lulu di Alban Berg

Un flusso continuo in cui si riverberano immagini di mota, un fluido ermetico in cui traspare l’apoteosi del canto in tutta la sua tragica e sinuosa impossibilità o meglio, in tutto il suo fulgore straniante e materico di “oggetto a reazione poetica”, per dirla con Breton. Tracce di purezza cristallina trascinate dalla corrente, dal carisma, dell’impoetico.
Il rapporto esistenziale tra prosa e poesia cui Alban Berg dà vita nella sua opera, il profondo legame tra il canto, inteso anche come proiezione orizzontale d’un’armonia, e un linguaggio senza metro, senza alcuna scansione simmetrica, trova in Lulu il massimo compimento; un linguaggio i cui suoni non s’articolano più in maniera piana e diretta ma si strutturano in nodi sempre più complessi, stratificati e ramificati; un linguaggio in cui le simmetrie melodiche e armoniche, gli infiniti specchi interni -presenti o suggestivamente evocati-, si perdono in sghembe scie asimmetriche ed in coaguli d’insenso.
Ciò che più mi affascina in Berg non è tanto il risalto ch’egli dà alla poesia della prosa, alla specificità del melos che va oltre la melodia tornita, oltre il linguaggio classicamente proporzionato, quanto il risalto che dà alla parte di prosa che d’ogni poesia è versante necessario e costitutivo: specchio, radice e stigma.
Si potrebbe dire che Lulu è la cieca potenza dell’eros dionisiaco e la musica di Alban Berg, nel magma cristallinamente oscuro della sua iperdeterminazione, segue minuziosamente questa cecità: Lulu è il buco nero di un ascolto impossibile, musica complessa ma di fortissimo impatto drammatico.
In quest’opera Berg, dunque, tenta più che mai un’organizzazione dell’eterogeneo o dell’eteroclito, per meglio dire, in un delirio di totalità che ha del febbrile e che, proprio per la sua stessa natura, tende continuamente a ramificarsi in proliferazioni abissali. La varietà di forme, di linguaggi, di simboli, di soluzioni teatrali, di colori orchestrali, di timbri vocali (che vanno dal parlato al cantato in tutte le sfumature possibili) che questo lavoro mette in campo è abbacinante. Ogni elemento del libretto e della musica è profondamente e dettagliatamente caratterizzato. Si tratta d’un vorace proliferare di elementi strutturali che si combinano inesauribilmente e tornano continuamente variati in contesti sempre più stranianti e straniati. Un’infinita ripetizione che serve solo a mostrare e rivelare la Differenza, lo smisurato differire di un vuoto irrappresentabile: l’eros come cieca forza pulsionale, la bellezza come istinto di morte.

Si tratta di un interminabile ritorno all’unità attraverso infinite diffrazioni.

Roberto Nespola

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La Lulu di Alban Berg nell’allestimento del Teatro dell’Opera di Roma (stagione 2016-2017) con la regia di William Kentridge
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