Il lirismo impuro, panico e creaturale di Alfonso Guida

Alfonso Guida, A ogni passo del sempre, nino aragno editore, Torino 2013

 

Il canto e il respiro dello sguardo. Respiro un poco ansante. Il canto come respiro e strazio della parola. Una voce che sa immergersi meravigliosamente anche nell’astratto come fosse l’astratto una pozza di fango. Di fango e sangue.

 

Roberto Nespola

 

***

[Dalla quarta di copertina del libro]

L’intera, la febbrile poesia di Alfonso Guida è – parafrasandola – la parte di mondo che lo sguardo del poeta afferra, portandola in luoghi diversi: ogni caro oggetto, persino il volto di una madre, viene contemplato da una solitudine interna e – da quella solitudine inguaribile – è mutato in icona di se stesso. Lo sguardo di Guida è però lucidissimo, saldo: anche quando tiene dietro alla scossa tellurica di un male interno, trabocca di impietosa compassione, quella di chi vede la miseria umana e, nonostante veda, la ama; ama uomini e donne attraverso una scrittura così ricca e densa da valere come una mano che accarezzi il volto di ciascuno degli internati che nomina, come un pianto versato per ciascuno di loro, ordinati – mai esposti – in una specie di cronaca e bestiario inferomanicomiale, commovente e selvaggio. Lo sappiamo: ci sono precedenti – illustri e cercati – ma non ha importanza, quello che importa è il dono, che si riesce a sottrarre a ogni male, che la poesia riesce a sostituire a ogni male. E con quanta modestia e serietà lo scrive, Guida: «le mie pagine, il mio mestiere», perché (anche) «scrivere / non è che toccarti le mani»: anche quando è pianto, quello di Guida è un lamento vivo, un vigoroso dolore, un verbo della solitudine che sta in piedi da solo, tutto è pieno di carne – povera, ridondante, sessuata o furente che sia – che fa il pane assoluto della poesia, la lingua sismica della poesia. Piena di piante, questa, di creature del cielo, della terra e del suo brulicante sottomondo.

Maria Grazia Calandrone

 

Alfonso Guida (1973) è nato e vive a San Mauro Forte, in Lucania. Nel 1998 vince il premio Dario Bellezza per l’opera prima con la raccolta Il sogno, la follia, l’altra morte a cura del Laboratorio delle Arti di Milano. Nel 2002 vince il premio Montale con la plaquette Le spoglie divise (Quindici stanze per Rocco Scotellaro). Suoi versi sono apparsi su diverse riviste e antologie italiane, fra le quali «Poesia». Ha approfondito in particolare l’opera di Dario Bellezza, Amelia Rosselli e Paul Celan. Ha pubblicato nel 2011 la raccolta Il dono dell’occhio e, nel 2012, Irpinia.

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da COME IL FIORE CHE CRESCE NEGLI ORTI

 

La stanza è vuota. Sono solo. Amore
che passi tra i miei occhi e giungi fin dove
la rosa cresciuta in silenzio arranca
per non farsi stordire dal rumore
della pioggia. Le mani sorso quiete,
bianche, trasparenti. Riesco a vedere
la curva del sangue, il delta e l’estuario,
dove inizia e dove finisce. Un carcere
d’erba e rami, il fervore polveroso
dei nodi. Non c’è il tuo sguardo nei vetri.
Solo nubi, alberi in germoglio, vento.
Notte claustrofilica, notte ardente —
la voce muschiosa sale ai piedi del
letto, abbondano cieche senescenze —
volano i giardini, i cieli si assediano —
l’abbaglio delle cose morte, i lumi
dell’assenza, ora la mia stanza è vuota —
qualunque cosa tu faccia se ne esce
da me, prende fuoco, brucia, e, bruciando,
quanto ama il calore dorme, si accuccia
entro grotte che di rudere in rudere
fanno l’orizzonte, il giardino nasce
da un solo seme, il buio mi nasconde.

 

lacerti da LA FAMELICA FOSSA DI CEMENTO

 

[…]
Recuperare la coscienza della
propria materialità. Invece debbo
mettermi le mani addosso, ogni giorno,
per capire che esisto. […]
[…]

***

[…]
[…] Siamo
sguardi. I nostri sguardi cercano il vento
nei muri. Trovano due passi al centro
dei tramonti. Rosa piccola, semplice.
[…]

 

***

 

da SOLFEGGIO DEL FILO SPINATO

 

Cosa vuoi dire. Rondine di mare.
Cicala. Null’altro. Non voglio questa
faccia copra la mia cometa. Andare
nell’ostacolo. Piegarsi sull’orlo
dell’acqua. Che la peste brucia. Brucia.
Scarnifica. Ridurre ogni uomo all’osso:
l’Antigone dell’essenzialità.
Quale semplice punto: oggi. domani.
Ieri: le nuvole. Stanotte abbiamo
spaventato i nostri occhi. Per vederci.
Maldaurora, malcaduco: due estremi.
La parola: odio. La parola: specchio.
Qualcosa si allontana. Il prato. Il campo
dove alle sette del mattino certi
contadini mettono un coltello nel
becco del gallo. Giunge fin qua, il grido.

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