Elisabeth Förster-Nietzsche e La volontà di potenza

Maurice Blanchot, La conversazione infinita

La massa dei testi inediti era immensa. Prima di qualsiasi tentativo di pubblicazione, si sarebbe dovuto provvedere almeno a leggerli tutti e a ricopiarli. Ma non c’era tempo, bisognava pubblicare al piú presto, bisognava pubblicare sempre di piú; il bisogno di denaro, il desiderio di esibirsi, l’ansia malsana di diventare famosa a spese di quel gran nome di cui bisognava fare un nome alla moda, non le davano tregua.
Ma Elisabeth Förster-Nietzsche voleva ancora di piú. Mirava a fare di Nietzsche un vero filosofo nel senso corrente e ad arricchire la sua opera di un trattato centrale in cui trovassero posto, sistematicamente organizzate, tutte le sue affermazioni positive. Dal momento che quest’opera non esisteva, utilizzò un titolo e un progetto – scelto fra molti altri – e pregò i suoi collaboratori di versare in questo schema, per cosí dire a casaccio, la massa delle note postume ricavate dai piú svariati quaderni, un buon numero delle quali rappresentavano testi che Nietzsche aveva scartato dalle opere precedenti. Nacque cosí La Volontà di Potenza, che nella prima edizione comprende 483 aforismi e nella seconda, con un arricchimento significativo, 1067, – e che, grazie al richiamo del titolo, finí effettivamente per imporsi come una delle opere capitali dell’epoca moderna.
Dunque La Volontà di Potenza non è un libro di Nietzsche: è un’opera fabbricata dagli editori e falsificata, nel senso che quello che Nietzsche aveva scritto ora qui ora là, nel corso di interi anni durante i quali si erano alternate le intenzioni piú diverse, ci è stato presentato come il materiale di un’opera sistematica, pensata e voluta come tale.[1]
[…]
La Volontà di Potenza non è di Nietzsche e in cui non c’è un solo pensiero centrale che non fosse già stato espresso in modo altrettanto ricco e profondo e ancora più articolato nelle opere pubblicate in vita
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[1] Bisogna menzionare un’altra iniziativa di Elisabeth Förster-Nietzsche, che appare meno grave ma piú sordida. Tutti avevano imparato a diffidare di lei. Overbeck, Bernouilli e Podach avevano rivelato che era capace di sminuzzare i testi. I suoi intrighi nell’increscioso affare Lou erano noti. Eppure, a chi le contestava il diritto di parlare in nome di Nietzsche e di usurpare un potere di decisione esclusivo sul suo pensiero, lei presentava in risposta tutta una serie di lettere in cui suo fratello la trattava come una confidente privilegiata. Gli originali di queste lettere erano andati perduti, ma la loro autenticità era indiscutibile. Solo dopo la sua morte, sopraggiunta nel 1935, Schlechta, aiutato da E. Thierbach e da W. Hoppe, chiarí il mistero ritrovando alcune minute. Le lettere erano effettivamente di Nietzsche, ma erano scritte alla madre o a Malwida von Meysenburg. Questa strana sorella aveva dunque fatto sue delle testimonianze di fiducia destinate ad altre, per trovarvi la cauzione morale e intellettuale di cui aveva bisogno per le sue imprese. Aveva distrutto gli originali e corretto le minute in modo abbastanza grossolano (come mai non le aveva distrutte? È chiaro: perché dimostravano l’autenticità delle lettere, e una macchia di inchiostro non era insolita su una minuta né sorprendente da parte di Nietzsche, assai maldestro a causa della sua miopia). Tutte queste falsificazioni avevano richiesto una certa coerenza e un’alta dose di energia, qualità di cui la terribile signora non mancava. È quasi sicuro che ha distrutto importanti documenti biografici, in particolare ricette mediche che avrebbero potuto illuminarci sulle malattie di Nietzsche. Cfr. l’opera di R. Bluck, dove si fa menzione della cura seguita da Nietzsche a Lipsia contro la sifilide. (Bisogna tuttavia aggiungere che in fondo, in questa storia ancora oscura, la persona di Elisabeth Förster-Nietzsche è secondaria; certi commentatori giurano che sarebbe ingiusto denigrare troppo un ruolo che non fu sempre negativo, e che si spiega anche troppo facilmente con la solidarietà familiare. Secondo me un fatto resta decisivo: per coloro che hanno subito l’avvento di Hitler, l’utilizzazione del nome di Nietzsche non fa parte della storia congetturale, ma appartiene all’esperienza politica quotidiana. Si poteva leggere sui giornali. Il 4 novembre 1933, alcuni di noi hanno appreso attraverso la stampa la seguente notizia: «Prima di lasciare Weimar per recarsi a Essen, il cancelliere Hitler ha fatto visita alla signora Elisabeth Förster-Nietzsche, sorella del celebre filosofo. La vecchia signora gli ha offerto in dono un bastone animato appartenuto al fratello. Il signor Hitler ha ascoltato con vivo interesse la lettura della nota che nel 1879 era stata indirizzata a Bismarck dal dottor Förster, cognato di Nietzsche e propagandista antisemita, il quale già a quell’epoca aveva attirato l’attenzione sui pericoli “che la Germania correva per l’invadenza dello spirito ebreo”. Tenendo in mano il bastone di Nietzsche, il signor Hitler, molto applaudito, ha attraversato la folla ed è risalito nella sua automobile, diretto a Essen passando per Erfurt». Quello stesso giorno [il 2 novembre 1933] Hitler a Weimar si fece fotografare vicino al busto di Nietzsche, e dopo poco Richard Œhler ha riprodotto questa fotografia nella sua opera Nietzsche e l’avvenire della Germania, in cui l’opera di Nietzsche appare quasi come una prefazione a Mein Kampf. A questo punto Richard Œhler, imparentato con la famiglia Nietzsche, ha un ruolo di primo piano al «Nietzsche-Archiv» e presso Elisabeth Förster-Nietzsche, che l’età avanzata [ottantasei anni] esonera in parte, almeno nei confronti di questa cerimonia, dalla responsabilità).
Già nel 1906 ciò era stato affermato da A. Lamm, il quale protestava sin da allora contro questa sopravalutazione delle opere postume. Ma dal momento che le conosceva solo in parte, bisogna vedere in questa affermazione una parte di polemica. Come Schlechta, Lamm misconosce, ed è gravissimo, non solo quanto le versioni rimaneggiate o ripetute di una stessa «idea» portino di nuovo, ma il senso stesso della ripetizione, il suo nuovo rapporto col senso.
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