Antonio Pibiri, Il prezzo della sposa

Etica e immaginario

Una poesia dalla carnosa e lunare astrattezza. Condensazioni alchemiche d’immagini diverse, di costellazioni di differenze (e penso un poco anche alla differance di Derrida) che si articolano nel testo creando un vortice di chiaroscuri.
Si tratta di comporre i versi come calcificazioni senza tempo di stalattiti e stalagmiti, goccia dopo goccia, di liberare la parola da se stessa per liberare, insieme ad essa, tutta la potenza dell’immaginifico. E fare di questa potenza una possibilità etica. Per un ritorno alla fertile coscienza del silenzio. Un creare sintonia con le frequenze del silenzio.

Roberto Nespola

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Antonio Pibiri, Il prezzo della sposa, L’arcolaio 2018

Un ventaglio di esitazioni.
I viali mandorlati, il portico.
Sangue rinvenuto tra le carte
o s’intuisce un fiore
di breve erudizione.
Giacometti spiegato da mio figlio.
L’Eternità a una data ora del giorno.
Febbre in viso. Il cigno colpito a morte
sulla spalliera di glicini.
Un negozio di ferramenta salpa
si allontana tra foglie d’acqua.
La luce con discrezione nel tempio calvinista.
Il cervellotico decapitarsi appena.
Torre di cavalli blu, sette palazzi celesti.
Le mansarde degli scrittori
sui giardini di Lussemburgo.
Ceneri: il bardo nel cimitero del Vermont.
Malgrado non sia teca il mondo fanne inventario,
per nenia, fumaio, poema…

*

Dal taglio sulla fronte
il sangue odora come straniero.

Chi trovi ogni volta al tuo posto?

Nel mistero del non credere
è tornata la luce,
quella naturale
del giorno.
(L’ocra schiarisce col limone)

La luce entra nel soqquadro delle stanze
non per le chiavi di casa
o la sufficienza toracica.

Il libro deve rimanere aperto.

*

Mostrò dove viveva.
Una visita guidata.
“Fammi strada!”
casa-museo
o peggio: sito archeologico
con abitante in vita.
Le sue piccole apnee
che impallidivano il volto
erano un
esercizio preparatorio
alla buca, terra.
Il calcolo della luce residuale
sulla lavagnetta in cucina.
Non desiderava la casa nuova,
confessò, con sguardo fermo
sui pendii e filari del paesaggio Toscano,
bensì ampia e senza mura,
del tutto aperto l’aperto,

da una parola all’altra

tutta la distanza.

*

Les morts sont toujours jeunes et la vie ardemment pâlit
André Frénaud

Ma se mi ascolto io dico fantasmi.
Chi parla ancora nella mia voce?
Della lingua l’intero spettro deluso.

Seduto accanto alla maschera della vecchiaia,
il corpo regresso di cicli brevi, rumori.
Un uomo che sposta continuamente
con pudore le sue ceneri.

Si entrava in un mondo rallentato.

Dalla finestra il ramo in fiore
là fuori prosegue…

Parlare è dividersi, era
al muro di questo quel suono,
e non ancora da noi stessi separati.

Cos’è dunque inverno
che trema su ciglio e paglia.
Quanta luce, quanto dura
il giorno in inverno ai felici?

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